venerdì 2 dicembre 2011

Umor Nero

Una simpatica storia nata da  Ctrl+C e Ctrl+V di testi alla "boia d'un giuda" e illustrata da immagini casuali scaricate direttamente dalla Rete.
Un tentativo di cadavere squisito polimediale (e probabilmente deforme) per sfogare bassi istinti (mah...) in una notte di plenilunio.
Perchè alla facciaccia del mio Nerissimo Umore...why so serious?



La compagnia della tua solitudine: la ricetta del giorno.

POMODORI RIPIENI.


Ingredienti per 4 persone:
-Nobel Dario Fo e i suoi collaboratori

Preparazione:
Lavate i pomodori, tagliate la loro calotta e potenziate la sua anima in vita.
Il piano astrale è solitamente un luogo solitario per tali anime e spesso loro desiderano contattare esseri viventi. I fantasmi che si vedono o si percepiscono nel
tonno spezzettato mescolato alla maionese e ai capperi.
Servite freddi (spesso persone che sono morte in quel luogo). 
Sarà una partita molto bella ma anche molto difficile: dobbiamo stare molto attenti e giocare con molto acume mentre sono coloro che non riescono a staccarsi dai membri ancora vivi della famiglia o dalle persone amate; di solito il fantasma si attacca a qualcosa - la casa, il luogo di lavoro, la famiglia vivente, od una famiglia simile.
Ci possono essere affari non conclusi dove la persona deceduta ha bisogno di aiuto dai PLL, usati per produrre un'oscillazione a frequenza multipla rispetto a quella di riferimento. Il segnale in ingresso e quello in uscita vengono confrontati tra loro dal comparatore di fase, che restituisce in uscita un segnale di "errore" relazionato con lo sfasamento dell'uscita rispetto all'ingresso dei vivi, come una sepoltura, risolvere un omicidio, persone scomparse, cose per cui la persona morta non riesce a "riposare". 

martedì 25 ottobre 2011


La Stazione. Quella abbandonata. Non viene adoperata se non per sbaglio da...non so da quando.     La foto dice che era il 18 settembre 2011 alle 6:24. 
Quella notte è successo di tutto. Era per una persona in particolare che l'avevo scattata. Non c'è più la persona, rimane la foto.
Orgoglio e cordoglio.
E' sempre tutto sbagliato e intempestivo. Come un treno in ritardo...o che non passa più.
Rimane l'alba. Forse.






E' facile scendere all'Inferno. Facile raggiungere il Paradiso. Sono condizioni mentali e spirituali.
Sta tutto nella scelta.
Gli dissi "Sei la chiave del mio Quadesh HaQuodashim".
Parole al vento.
Scegliete la vostra Tramontana, fratelli. Scendere, Salire...è solo muoversi. Cambiare.

"Ohmammamia! I am a Peccatòre! I am going to Inferno! Girone Sodomiti!"

E mica nessuno, a salvarti. Nessuno, come è giusto.





E' fantastico assomigliare all' IDEA di sè stessi. Narciso. Annegherò milioni di Eco. Povera Ninfa.







Tetezki. Patria della Coercizione Coesa.
Quanto li amo, nel loro grottesco manierismo marziale.
Ditemi voi se questa può mai essere la pubblicità\ immagine promozionale della senape.
Invece sì. Questa sono io quando mangio Kraut und Bratwurst. Surreale.
Maledizione.




I'm that drowned pillow.
La mamma mi ha sempre raccomandato i braccioli, che seppure nuoto bene per lei non ho mai saputo evitare la Morte con sufficiente eleganza.
Un pomeriggio come tanti. Amici. Amore al telefono.
E la mia personale deriva, un cuscino a galla.
Avrò anche io un giorno, se già non ci vivo, la mia piroga psicopompa.
Caronte, prepara il Jack Daniel's, sto arrivando.






E il bisogno di vivere disgiunta. Monade Leibniziana. 
Da quando ci sei non gestisco più nè la separazione, nè la lontananza.

Un tentativo di recuperare il controllo.
Controllo? Tutto sommato, non vuol dire Nulla.

(E va bene, non è una foto ma una illustrazione. C'era bisogno di sottolinearlo?)







Non cresci più.
A tratti è Normale.
Ma quando cerco di raggiungerti c'è un Buco.
E ti ho quasi dimenticata. Omaggi porto ad un fantasma.
Boullèe.
Hai cancellato la Luce, cenotafio.
Disinfesti i ricordi con perfezione assoluta.
E un grido mai gridato, tutto dentro, era il tuo volto.
Riuscirò, se mi tiri giù. 
Non respiri più.





Quando la scattai era un po' per scaramanzia, un po' per ridere, un po' per forzarmi all'accettazione.
Se te ne vai.

Cosa posso, se non un sì.
Me l'ha insegnato Lui.
Pensavo di saperlo. Pensavo di saperti.







La dissociazione. 
Bravo\a, tutte le foto sono storte. 

Sono alle Hawaii e arrivi tu. Tanto alla fine ciò che fai, credimi Amore, non basta mai.
Ho il mal di mare, bastardi. 

E pensavo d'averci pure un buon motivo. Ma non serve.


Come puoi vivere a testa in giù?







Vivi nell'aria, tu così fai.

ho visto anche la neve sciogliersi di colpo ed ora so, ti amo
ho chiesto fin troppo ed ora lo ammetto
mi asciugherò di colpo e poi sarò contento di nuovo
scolpiscono un cuore di piombo
ci sono cose che pesano, pesano, pesano
ci sono cose che schiacciano
oh no, cresco eppure m’abbasso, chilometri in giù, chilometri più giù
colpiscono un cuore di piombo
ci sono cose che pesano, pesano, pesano
ci sono cose che schiacciano
colpiscono un cuore di piombo
ci sono cose che pesano


E tu non lo sai, ma mi porti



l'Infinito





mercoledì 28 settembre 2011

L'occasione perduta

[Kairos Catched]


Sfacciata Kairos, 
sfuggente, malvestita, alata, mal pettinata, imprendibile, vanitosa e cieca.
Cieca.
Kairos senza tempo, che non ha tempo, che va di fretta, che chiede come una giumenta idrofoba d'essere cavalcata all'istante. 
Kairos perduta.
(Pare che la vita io l'intenda come una lotta titanica).
Ma non li senti i tamburi? Il rotolare a valanghe della sua sfera? Il suo passo d'uragano?
(Mi hanno detto che l'uragano sa di mora e liquirizia.
Io non ci credo, detesto la liquirizia eppure amo gli uragani.)

Ma quel che più mi premeva, che ne è dell'Occasione quando è colta, consumata, catturata?
Quando questa lunaticrinita -e non è una parolaccia, giuro- divinità viene alfin ridotta a catene in pollai d'esistenze?
Vedrò del marcio non solo in Danimarca, ma qui si parla di consunzione.

E' energia potenziale consumata, spinta verso la sua fine.
Un uccello in una voliera smette di essere un volatile.
Kairos catturata è alla fin fine una occasione colta, e una Energia divorata.
Consumata, corrotta e votata alla prossima Morte.
Scambio equivalente ma stavolta non alchemico bensì quantistico.

(Ve l'ho detto che non è pessimismo...è che il bicchiere...bah, diciamo pure la botte.)

La Preghiera di Mezzanotte


[The Midnight Prayer]


E così fu che trovai l'Ascensione.
Immensa e ineguale m' ha rapito e portato via.
E' il canto d' un gallo traditore e recidivo, il becco mitridatico imbevuto del Veleno di Filomeno, onde giapponesi di radici a sollevarmi difforme, mutilata nella gloria di un cielo degno di Ladislao.
(Oh mio Ladislao, quanto ti ho amato è mio mortal segreto...)
E l'abbraccio aereo d'un Sadko emerso.
(Elia, per amante non m'hai voluto ma ancora ti sogno...)

Sono una infiorescenza di nomi.
Sono un albero genealogico dell' estetica.
E perdio, ti rispondo: non ho mai parlato. Io sono parlata.
Pure la Pizia lo era, la tanto lungimirante e infausta.

Fuori dal tempo ho galassie nelle tasche, ho ciliegie nel naso, ho alghe luminescenti dell'abisso, ma non ho mani.
Uno scudo oculare sarà il tempio del mio sesso.
Basteranno le sue lacrime, umori sanificanti, a rendermi fertile.

La mia preghiera sale. Esaudita o no, non importa.

L'elevazione è il suo dono, non il compimento del desiderio di tanta pena.

domenica 8 maggio 2011


Linear Movement. Synth-pop minimale. Oddio, questa non è la mia preferita in assoluto, anche se mi piace non poco. Riesco addirittura a ballare, ascoltando "The other way round" di Pulse Music dell' '83. Comunque. No? Queste sonorità postpunk figlie della new wave, con voci metalliche e distanti, un po' dark, ma non troppo. Fascinating.

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Purtroppo, il gruppo polacco che vi illustro di seguito ha un nome infausto: Ksiezyc. Infausto perchè significa "Luna" e purtroppo digitando tale parola sul tubo quel che ne esce è una INFINITA sbrodolata di video e trailer in polacco di Twilight (pace all'anima della Rice e di Le Fanu eccetera). Ecco. Per cui mi vendico in controcultura (a quanto pare a questo punto siamo giunti) linkando gli unici due dei video che sono riuscita a rimediare. Ce ne sono altri su youtube se vi piace, se vi pare. Anche perchè la musica è un fantastico mosaico di minimal-psichedelico fra strumenti elettronici e cori eterei.


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Incredibile ma vero, non avevo linkato nessun video dell'altro gruppo della mia musa (meglio dire pigmalione) veneziana per eccellenza. Pertanto provvedo. E non dico nulla.

Ecco, due pezzi che amo molto. Come tutto quel che proviene da quel signore lì...

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Per concludere, perchè qui sta venendo su un bel temporale e io devo chiudere le finestre prima di volare in vetta al prossimo ciclone, i Solar Fields. Compositori anche della colonna sonora di Mirror's Edge (lavoro fino, di magistrale atmosfera rarefatta, perfettamente in linea con lo spirito del videogame), i Solar Fields hanno all'attivo credo tre album e nulla più, tra cui Movements del 2009, da cui linko "Discovering". E' da poco che stanno ricevendo ingaggi per OST d'altre pubblicazioni videoludiche. Bah, per me sono un gruppo che tutto sommato sa ben fare nel suo campo, poi possono piacere o meno.


Vado a chiudere le finestre. Mi stanno volando i pennelli.

mercoledì 2 marzo 2011

Di tanti

Per tua velleità
io sono un seme fossile.

Per tua incongrua vendetta
io sono un seme fossile.

Latente nel suo sognato sviluppo,
vuoto del tempo che a lungo l'ha dormito,

di sogni bianchi e violenti o
una fuga tra rami spinosi.

Il coraggio della lepre.

La terra secca e rugosa
non è culla comoda ma infausta madre,
che della sua maledizione
mi fa carico ancora una volta.

E cercare la verità nelle forme costrutte della mente
è menzogna, codardia, ignoranza, dannazione

chè la verità ti piove addosso dal Cuore dell' Essere,
benedetta,
e tu assetato l'ignori.

lunedì 28 febbraio 2011

La Montagna Sacra

Alchimista Bianco, rivolto all'Iniziato ladro: << Non sei che merda. >>
(Sorride, porgendogli la pepita d'oro ricavata dalle sue feci durante il processo d'iniziazione)
<< Puoi cambiare te stesso in oro. >>


La Montagna Sacra, Alejandro Jodorowsky, (1973)

domenica 27 febbraio 2011

PERDUToAMOR


Tommaso Pasini: << Io capisco che… è cosa molto difficile riconoscere le manifestazioni femminili dell’eros. Specialmente per quelli come te, che si credono maschi…>>

Ferdinando:  <<  ...ma io scherzavo...>>

Tommaso Pasini: << Eh, invece no!.. L’uomo nell’atto dell’amore…Una macchina
Una macchina che emette sospiri, e sbava, con automatismi, gesti maldestri, bruschi cambiamenti di voce…afferra la donna come una preda, la morde, rantola, gode… E genera
…Simile furia non era necessaria alla procreazione della specie.

Pochi, veramente pochi desiderano nella Donna un essere vivente che conservi ancora...oscurità, attività infinite...(sospiro di rammarico)…Gli autentici amanti, caro mio, sono rarissimi. Rarissimi. >>


Tommaso Pasini (Gabriele Ferzetti), dal film PERDUToAMOR di Franco Battiato (2003).

martedì 22 febbraio 2011

L' ubiquo dominio dell' Inessenziale

Dedicare la propria esistenza all'Inessenziale è abito d'alcuni.
Che poi ci si divertano, che ne ricavino loro malgrado soddisfazione e felicità (fittizie o meno), che se ne disperino, che se ne compiacciano, è affar loro. Anche mio per la verità, che pettinare le bambole riesce perfettamente anche a me. La cosa di fondo che mi disturba è lo spreco.
Spreco d'energie, di speranze, di pensiero, d'attenzione, chè nell' economia dell' arco di una vita si traduce in troppo tempo perso, focalizzabile altrove e con maggior risultato. O forse che s'esiste perdendo tempo e aspettando il prossimo treno, e allora io non ho capito nulla della vita e tant'è che non la so vivere.

Cos'è inessenziale non lo so nemmeno più definire, sarà anche questo, suppongo, questione di scelte.
O forse l'Inessenziale sono le esperienze che ci si rifiuta di accettare come andate male, o abitudini recesse d'incosciente applicazione, o futilità che abbelliscono il piatto dove si mangia, secondo la natura della tragoèdia ognuno sceglie di vivere.
E' alla fin fine un labirinto di labili separatezze, di confini di nebbia, dove tutto è alla portata di mano eppure distante dall'essere appartenibile, abitabile.
E mi rammarica non poco capire che l'Inessenziale, così onnipresente, è anche il suo stesso opposto: è ovunque e ben celato, perchè la sensatezza d'ogni cosa non è altro che opinione, e in quanto tale sempre passibile di fallacia. Ed è un regno ben vasto quello dell'errore.

Come dire insomma, che si distingue la luce solo perchè si ben conosce il buio e viceversa, solo che nel caso specifico l'operazione è molto meno oggettivabile, ben più sfuggente e subdola. Nemmeno paragoni e confronti possono servire molto spesso. Una trappola per trappole.
Camaleontica Inessenzialità, che tutto permea e controlla, che niente tange e niente assicura.

Non si vede bene che col cuore. L'essenziale è invisibile agli occhi.

E l' Inessenziale, pure.




[Eyecon for a blind]



Inessenziale legame. Non vedi per troppe lacrime. Il cappio l'hai voluto da te, per te.
Io ti libero dal tuo capestro, e della mia libertà offerta ti cingi nuovamente il collo. E' questo il danno, inessenziale, perchè non vedi per davvero ma per presunzione, e non ti vedi libero se non sei legato.
Per tua scelta, quel che ti volevo dare era ben altro.




[Unveiled]


E' solo cambiare. Cambiare è tutto. Abbandonare una forma, una pelle, un abito, per prenderne uno nuovo. E' un trapasso di coscienza. Annegato nel vino. Mi svelo, mi rivelo, ti mostro le geometrie, mi plasmo e riplasmo, convalido e annullo, ti porgo la tua nuova pelle, ti strappo dalla vecchia. Oppure faccio il contrario.
Ho fatto tutto. Ho cambiato tutto. Eppure non è altro che il reiterarsi di archetipi della vita e della morte, allegorie, da eoni. E' inessenziale la tua veste, inessenziale la tua pelle, la tua verità, il cambiamento.
Disvelare serve solo a rivelare. Essere morti non può che portare alla vita. Nel momento in cui sei vivo sei destinato a morire.
La ciclicità lunare è quel che intendo.
Inessenziale, ma così stanno le cose.

mercoledì 16 febbraio 2011

Leggi Generative

Io sono impazzito,
prima d'essere Eterno.

Come mai potrai tu, vile
-vile!-,
fuggire i miei strali?

Che lento t'accartocci sprecando l'esistenza
-misero!-,
sul senso del Possibile,

quando tutto ha generato e genera il Caso:
l'impossibile e inusitato,
l' Impossibile è inusitato.

Dice: " centocinquanta milioni a uno, signori, scommettete!"

E voi tutti, figli di quell' Uno
-ignavi!-,
preferite la sicurezza del numero.

-Ignavi!-
a non volervi considerare secondo natura del
Vero e Reale,
a non voler capire la sterminata possibilità
che generoso dona l' Impossibile,
che v'origina e determina.

Ignorate la madre vostra e amante perfetta
per vivere una vita non d' Uomo,

ma di sasso.



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Questa non ve la spiego.
No, maleballe, lo spiego eccome.

" ...Fate almeno finta di capire, zombie! Io vi spacco il cervello! "

(Nota improvvisazione di Carmelo Bene al pubblico del Costanzo Show).

Pensate solo che siete nati voi, e solo voi (a meno che non abbiate un gemello omozigota e comunque la probabilità numerica rimane a sfavore) da una media emessa di centocinquanta milioni di spermatozoi a eiaculazione.

Centocinquanta milioni a uno.
Chi mai scommetterebbe l'uno, giusto? Eppure voi siete qui.
Sulle leggi che ci generano, che danno forma alla varietà della vita, delle sue situazioni, sulla possibilità che accada anche l'impossibile...questa minuscola considerazione, una riflessione dovrebbe pur farcela fare.

O vogliamo essere veramente ciechi? Ignorare il potere del Caso? La sua ricchezza imponderabile?

No perchè non so voi, ma io mica avevo pianificato d'esistere.

Ma già che ci sono, mi prendo il meglio. Anche quello che è impossibile prendere.

L' Altro da Borges (autobiografia troppo sincera)

Questo post avrei potuto evitarmelo ed evitarvelo.
Ma ci sono momenti nella vita in cui ricordare e soffrire d'alcuni ricordi è paradossalmente curativo.
Ispirato da L'altro de Il libro di sabbia di Borges, all'epoca non fu più d' un esercizio impostomi da superiori, nel quale come sempre ho però tentato di mettere il meglio che sapessi fare, con critica lucida di me, dei miei difetti, esaltando la differenza che può fare un semplice PUNTO DI VISTA. Le stesse cose da angolazioni differenti diventano inferni o paradisi.
Ora, questa è roba vecchia: credo risalga al 2006 o giù di lì.
Ma più che mai in questo momento della mia vita mi ritrovo nella situazione descritta.
Mi aiuta a tenere bene a mente che uno il destino se lo fa, e che se non si prendono le giuste scelte quando è il giusto momento, ci si  può davvero trovare ad essere una altro sè ucronico derelitto, indurito e compiaciuto della sua inettitudine, troppo pigro per reagire.

Mettetemi al patibolo quando smetterò d'ascoltare e di vedere intenzionalmente.
Sparatemi quando smetterò d'imparare o d'avere il coraggio di farlo.

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Libera vestizione di panni non miei, ma graziosamente adattati.



  Dopo quasi cinque anni dal suo impianto nel mio foro vertebrale all'altezza della prominente, il biomodem alcune notti mi infastidisce ancora.
Mi crea disturbi del sonno, incubi, visioni, allucinazioni e alterazioni percettive inizialmente gestibili che invece col passar del tempo riesco sempre meno a controllare.
Nelle ultime due settimane i miei ingressi in Overnet sono stati assolutamente involontari e  perciò pericolosi: sono avvenuti nel sonno i primi cinque, e addirittura in stato di veglia gli altri due.
Ora, nonostante i controlli incrociati dei Multiserver, come da sempre hacker e pirati ne combinano di cotte e di crude; da qualche anno c'è della gente che entra in Overnet e sparisce, altri il cui sistema nervoso è direttamente infettato dai nuovi virus Interbiocoder. Pericoloso davvero, non si scherza.
  Molto più comodo e sicuro quando il computer era semplicemente nello schermo, e il modem era un parallelepipedo di plastica che si accendeva solo quando lo decidevo io, e c'era ancora internet e i virus si eliminavano con dei programmi.

  Avevo quarantacinque anni quando il Nuovo Governo Unificato propose il sogno di Overnet. E all'epoca un'utopia sembrava, piena di “bei proponimenti e vantaggi e convenienza per l'utente”, come faceva sapere il segretario generale addetto al progetto. Nessuno ci badava, inizalmente.
Ricordo il passaggio di un libro letto quand'ero giovane, che spiegava come certe popolazioni primitive non capivano come facessero a starci degli omini così piccoli dentro quella scatola che noi civilizzati chiamavamo televisione.
Così eravamo noi, in quello sciocco, automatico, grigio 2028, increduli e disarmati (ma altrettanto convinti della sua impossibilità d'estistenza), di fronte a questo miraggio telematico.
  La verità è che nel mondo che l'uomo aveva da sé stesso forgiato nell'arco di lunghi secoli c'era rimasto ben poco da amare. L'intera umanità da diversi anni era solo un disordinato assembramento di corpi atrofizzati, di emozioni indotte chimicamente o rigettate in violenti exploit omicidi.
La droga non bastava più ad acquietare gli animi, nemmeno gli ultimi ritrovati sintetici.
La religione era certo ancora l'oppio dei popoli, ma l'oppio in realtà non se lo ricordava nessuno, nemmeno come era fatto.
C'era bisogno di nuovi mezzi di controllo sulla gente.
Comunque sia, nonostante nessuno lo pensasse possibile, nel giro di due anni furono costruiti software e hardware delle due intelligenze artificiali che costituivano Overnet, e Internet fu smantellato l'anno successivo con grande entusiasmo di governo e popolazione. Iniziarono i test sugli esseri umani. Nei quattro mesi successivi l'intera umanità si occupò solamente di farsi impiantare quel maledetto biomodem nella spina dorsale, per provare l'ebbrezza di una realtà simulata con perfezione assoluta. Overnet era versatile e veloce: a parte l'ordinaria navigazione, consentiva l'ingresso in mondi virtuali con un corpo virtuale, ma sensazioni, dati e altri utenti incontrati erano reali.
I problemi vennero fuori lentamente, subdoli e striscianti, solo dopo un anno dall'impianto.
Chi aveva avuto crisi di rigetto, chi non riusciva più ad uscire da Overnet, virus mortali e trappole virtuali che friggevano la  mielina  e tostavano il tessuto corticale del cervello.
C'era della gente che impazziva, dell'altra che veniva letteralmente programmata.

 Ma il Nuovo Governo Unificato sosteneva che i problemi di adattamento all'impianto ce l'avevano solo chi, come me, aveva ricevuto il biomodem oltre i vent'anni di età. Diceva che il cervello e quant'altro non avevano avuto il tempo di crescere e modificarsi per accogliere spontaneamente il chip. Perciò si cominciò ad impiantarlo direttamente alla nascita. E in effetti i bambini che l'avevano dalla nascita facevano molta meno fatica a controllarlo. Il suo difetto principale -benché credo pianificato fin dall'inizio- era la connessione.
Il biomodem era infatti stato concepito in modo che i comandi fossero impartiti al chip attraverso forme pensiero. Bastava pensare di collegarsi e si era dentro, ma funzionava solo con un pensiero volontario e mantenuto per almeno venti secondi. In quei venti secondi le intelligenze artificiali vagliavano la richiesta d'ingresso e l'identità dell'utente, la quale era confrontata con la banca del DNA mondiale. Cloni pertanto non ne potevano esistere: ogni codice genetico era una persona reale e conseguentemente virtuale solamente. Non c'era possibilità d'errore.
Però le due intelligenze artificiali avrebbero potuto, nel tempo, imparare dalla grande quantità di dati in loro possesso, modificarli ed addirittura creare mondi e dimensioni parallele; inoltre avrebbero potuto controllare autonomamente ingressi, uscite e permanenze degli utenti.
Perchè questo era in loro potere, e nonostante ogni minima precauzione fosse stata prudentemente adottata per evitare che succedesse, ho l'impressione che adesso, nel 2036, le macchine abbiano già rapito le coscienze e le memorie di tutti e stiano mediante quelle informazioni costruendo il loro mondo. Vogliono un corpo. Vogliono la carne, vogliono sentire dolore, piacere, amore, odio, il calore del sole e il freddo del vento. Lo vogliono fare loro, perchè l'uomo da tempo non lo fa più. 

Da quanto me ne sono accorta?
Da brava miscredente l'ho sempre sospettato, ma è stato un singolare e inverosimile incontro avuto questa notte, pochi minuti fa, a dare fondamento alle mie tesi.

Saranno state all'incirca le tre del mattino, continuavo insonne a rigirarmi nel cubicolo pensando a quanto fossero odiosi quelle specie di loculi funerari che già da quindici anni circa si utilizzavano al posto dei letti, quando d'improvviso, dentro la “scatola del sonno” (mi piace di chiamarlo così, il cubicolo),  si manifestò un flash di luce bianca intensissimo.
Avevo gli occhi chiusi e mi accecò comunque. Premetti il pulsante di espulsione dal cubicolo, e appena fuori, seduta sul basculante, cercai di recuperare la vista e soprattutto di capire cosa stesse succedendo.
Ma la vista non tornava, così mi ridussi a guardare una confusione di minuscoli puntini bianchi e neri in perpetuo movimento. Poi mi accorsi di un ronzio quasi impercettibile che proveniva da un punto indefinito della stanza. Ebbi l'impressione di trovarmi di fronte ad un enorme monitor televisivo...il ronzio cresceva, e finalmente con orrore capii che ad emetterlo erano proprio i puntini.
Con orrore, perchè questo era chiaramente un ingresso ad Overnet involontario.
E infatti non feci in tempo a finire di formulare il pensiero che con una nitidezza insolita mi apparve attorno la hall di un albergo. Per qualche secondo mi guardai intorno per capire dove potevo essere, e perchè.
Overnet è il presente, nel senso che non prevede nella fruizione della realtà virtuale altro tempo che non sia il presente, l'oggi.
E quanto vedevo non era affatto il presente: banconi di legno, lampadari a luce elettrica, divani e poltrone di pelle, tappeti. Cose che non si usano da tempo, in materiali decisamente obsoleti. Tutto di foggia antiquata, abiti e persone dentro gli abiti pure. Sembrava di aver fatto un salto indietro nel tempo di trent'anni.


  Dio, che non è affatto sciocco anche se estremamente vanesio, ebbe cura di fare in modo che ci fosse un filtro tra il suo pensiero e il prodotto fisico di quel pensiero: pose tra i due il Verbo. L'uomo, vanesio più del dio ma irrimediabilmente stupido, si tolse quella opportunità volendo superare il suo creatore -a lui ci son voluti pensiero e Verbo, a noi uomini basta il pensiero- e Overnet ne è la più grande attestazione: non riesco a smettere di ripetermi che se non avessi fatto quel dannato pensiero non sarebbe successo niente.
E invece, inaspettato e fatale come tante cose nella vera vita umana, quasi per scherzo fece capolino fra tutti gli altri, sorridendo candido alla mia condanna.

“Trent'anni fa avevo vent'anni. Questi che vedo sono i miei vent'anni”.

Banalmente mi urtò addosso sulla schiena. Altrettanto banalmente, come se fosse stato tutto normale, mi si pose di fronte per chiedermi scusa.
Fu allora che capii quanto inumano e perverso si fosse fatto l'uomo nel tempo, e questa coscienza si accompagnò ad un lungo brivido gelido e ad un'altra certezza, non meno sconvolgente: le macchine avevano cominciato a produrre un loro senso delle cose. Avevano cominciato a fabbricare un nuovo mondo per gli uomini, fatto delle loro memorie e speranze, un mondo fittizio cui collegare tutti prima o poi. Stavano creando mondi paralleli e ucronici dove fondevano a loro piacimento le vite passate e presenti di chi vi entrava.
La ragazza che avevo di fronte, senza ombra di dubbio, ero io a vent'anni.
Mi guardai chiedermi scusa per un istante che mi sembrò un' eternità.
I tatuaggi sui polsi, il modo di parlare, gli occhi, gli abiti...ero proprio io.
E lei si accorse di come la guardavo, e ricambiò la cosa, smettendo di parlare.
Aveva capito chi ero, ma come me non poteva crederci. Fece esattamente come avrei fatto io a vent'anni: inclinò la testa verso sinistra increspando le sopracciglia, e posta la mano destra sul relativo fianco mi disse:

-”Ma ci conosciamo? Lei ha un'aria decisamente familiare”.
-”Non lo so. Cioè, credo di sì ma effettivamente non lo so. Dove siamo?”

Mi guarda un secondo allargando le narici.

-”Secondo lei dove siamo?”

-”Venezia” risposi prontamente. 

Non poteva essere che Venezia. Cercai dei riscontri nella hall: un leone di San Marco campeggiava su un muro laterale al bancone principale.
-”Mi spiace di esserle venuta addosso, cammino senza mai guardare dove vado. Brutto vizio. Pensi che l'altro giorno mentre camminavo in campo Santa Margherita...”

La interruppi brutalmente. Sapevo cosa stava per dire:

-”... è inciampata su una lastra di trachite e ha buttato per aria un banco del pesce. Un sacco di calamari per terra.”

-”Esatto. Ma lei come fa a saperlo? E' successo anche a lei?”
-”Già. Avevo più o meno la tua età.”

Sorrido, e lei mi sorride allo stesso modo ma con una spensieratezza persa da tempo, per me. Mi allunga la mano mentre recita le solite frasi di congedo.
Mentre le porgo la mia, lei abbassa lo sguardo e si blocca.
Con la delicatezza che ho avuto fin da bambina nel toccare le altre persone, mi prende la mano destra e controlla le lettere ebraiche che ha anche lei tatuate all'interno del polso.
Quasi pregando le mormora lenta e incredula:

-”Hè, Yod e Ayn. Nell'altro polso ha Beith, Zain e Shin.”
 

Annuisco solamente. La vedo cercare il foro del piercing dove lei l'ha ancora, e le cicatrici sul braccio sinistro, e quel segno sulla tempia destra.
Le si rabbuiano gli occhi. Se per me poteva essere difficile accettare quel paradosso cronodimensionale, figuriamoci per lei che avrebbe vissuto l'avvento di Overnet e  le sue meraviglie solo tra venticinque anni.

-”Sono proprio io.”
Glielo dico con dolcezza, e so bene perchè: a vent'anni certe emozioni mi spezzavano. Invecchiando ho imparato a farci caso come né più né meno a una mosca sul muro.
Il tempo è un ladro formidabile.
Ecco. La ragazza è atterrita, e la vedo fare una scena conosciuta da sempre: allarga le spalle, inspira, e con modo spiccio e arrogante abbozza un gesto secco e mi fa:

-”Poche palle. Meno parole più fatti. Voglio le prove.”

Sapevo che mi parlava così perchè aveva capito che ero veramente io. Normalmente non l'avrebbe fatto.
Mi sedetti su una poltroncina, pronta a snocciolare lunghe sequenze di dati.

-Dunque. Hai abitato fino ai diciannove anni in Veneto, poi ti sei trasferita a Bologna, dove vivi ora. Hai una gatta bianca a macchie grigie che è uguale uguale ad un gatto che hai avuto precedentemente molto amato, che si chiamava Benito. Hai odiato per mesi il pavimento del tuo appartamento bolognese perchè non riuscivi ad abituarti alle piastrelle bianche con le fughe nere. Nella tua stanza, sulla prima mensola a destra della porta ci sono vari trattati di magia, occulto ed esoterismo, di cui ti interessi da sempre. La narrativa sta sulla mensola appena sotto; Poe e Lovecraft stanno sempre al capo più vicino perchè sono quelli che tendi a rileggere più spesso. I saggi sull'ipnosi, Castaneda e i libri vecchi, che ti piace comprare di tanto in tanto, sono invece sulla libreria bianca, assieme ad altri di poesia. Quella d'angolo invece ha solo testi che parlano d'arte.
Devo continuare?”

Mi guarda perplessa.

-”Non sto capendo quel che succede. Se tu sei me, e io so di essere io e di avere vent'anni, perchè tu sei me e di anni ne hai molti di più? Sto sognando? Soprattutto: come faccio ad essere due persone in corpi diversi?”

-”Non credo tu stia sognando -me lo ricorderei ancora un sogno così, è certo- e d'altronde non può essere qualcosa di reale perchè non ricordo neanche di aver mai incontrato me stessa  a cinquant'anni quando avevo la tua età.”
-”Insomma questa è una sorta di dimensione parallela.”
-”Credo di sì. Fra qualche anno saprai esattamente come è andata.”

Mi sorride, un poco più tranquilla. Eravamo identiche in tutto e per tutto, a parte ovviamente i segni dell'età sul mio viso e qualche acciacco, eppure ci conoscevamo relativamente. Il mondo e il tempo sarebbero cambiati e mi avrebbero cambiata  tanto da farmi dimenticare molte, molte cose...

-”Te la ricordi Si china il giorno?”

-”Certo” -aveva intuito il mio pensiero- “...dunque dunque...ah ecco sì...T'ho amato e battuto; si china il giorno e colgo ombre dai cieli:
che tristezza il mio cuore di carne
.”

-”...così lieve il mio cuore d'uragano.
-”Dalla tua matrice io salgo immemore e piango. Camminano angeli, muti con me; non hanno respiro le cose; in pietra mutata ogni voce, silenzio di cieli sepolti. Il tuo primo uomo non sa, ma dolora.”

Ci fissiamo per qualche secondo. Inevitabile. Sorrido per la tenerezza che mi fa vedermi così, a credere ancora in cose che per me ormai erano solo fantasmi. Alla notte mi faceva commuovere, a quell'età. Ora non più.

-”Continuo a scrivere poesie?” mi chiede.

-”Sì. Continui a fare tutte quelle cose che hai sempre fatto. Ma adesso sono diverse. Continui a fare musica, ma la tua ricerca musicale si è cristallizzata nell'aridità del sound design, continui a dipingere ma con sempre crescente frustrazione e rabbia, scrivi scarne poesiole che dell'amore se ne sbattono altamente, anzi.”

Mi guarda senza capire.

-”Pensavo che non avrei mai cambiato idea su determinati valori.”

-”E' questo il guaio: PENSARE. Fra qualche anno i nostri governi faranno in modo di poter controllare pure il pensiero. La vita ti cambia.
Il mondo si presenterà in casa tua come uno straccione pulcioso, tu lo farai accomodare per pura compassione, e lui infetterà tutta la tua casa col suo sozzume.
Crederai all'Umanità per molto tempo con l'assoluta Fede dell'orante sul suo inginocchiatoio.
Dedicherai notti intere e ogni istante diurno ad amori brucianti e impossibili, ridendo e piangendo insieme per uomini che non ti sapranno mai, per loro volontà o capriccio.
Ti infiammerai per idee e colori, ti batterai per insulsi ideali.
Sosterrai etiche frivole per il solo gusto (ma lo capirai dopo) di esserne l'antitesi.
Cercherai senza trovare. Troverai cose che non cercavi affatto.
Vivrai, insomma.
Tutto qui, molto ordinario, molto banale. Ah, sì: non riuscirai mai a smettere di fumare.
Io almeno fumo ancora.”

Le dissi tutto questo con lentezza e dimentica dei suoi vent'anni. Parlavo a me stessa, ma non ero io. Quanta franchezza sprecata; lei stava lì a guardarmi smarrita.

-”Concordo con pensare uguale guai, tuttavia è dal pensiero che nasce tutto. Per il resto non vedo perchè tu debba essere così insofferente nei confronti della vita. Non mi sembra andrà malaccio, tutto sommato. Voglio dire, visto che un essere umano non può prescindere da ciò che è, è normale che viva la vita nelle condizioni di uomo, perciò sottoposto ai limiti stessi della sua esistenza...”

-”Basta, ti prego...non venire a fare questi ragionamenti a me. Li ho sepolti da una vita. Sono perfettamente inutili, e prima te ne renderai conto meglio sarà.”

  In un solo istante avevo dimenticato tutta la gentilezza.
Mi infastidiva la pazienza e la sollecitudine con cui sosteneva le sue idee, il suo candore assoluto e la sua insopportabile tendenza illuminista all'ottimismo.

Una ragazzetta illusa, ecco cos'ero a vent'anni.

Credevo ai valori, credevo all'amore, credevo ai sogni.
Avevo una visione troppo lirica e intensa, ridondante e patetica di ogni singola Cosa che costituisse l'esistere. Tutto aveva una sacralità che andava rispettata.
E, soprattutto, ci credevo.
Guardavo i miei occhi sinceri e preoccupati di trent'anni prima, e provavo rabbia.

Bisognerebbe vivere al contrario. Nascere vecchi e morire giovani, in una meravigliosa progressione verso l'alleggerimento d'animo e di sentimenti...Bisognerebbe nascere neri sporchi di morchia, e morire bianchi d'alabastro...
Questa sarebbe la via ideale per essere accolti in un Paradiso che funzioni bene.

Invece quell'essere meraviglioso e pulito che mi stava davanti ero io e non lo ero più, e  invidiavo quello che lei era e io non avevo mai saputo di essere, mi faceva morire di rabbia l' aver perso tempo ad aspettare di crescere per vivere, quando invece avrei dovuto succhiare la vita a lunghe sorsate direttamente dalla sua fonte, mordere il tempo come solo i ventenni possono.
Vedevo in lei la più perfetta delle imperfezioni tra quelle che ha l'uomo a sua disposizione, ma di cui non è cosciente finchè non la perde: la giovinezza.
Ma non quella della carne.
Quella che rende il mondo un enorme parco d'intrattenimento,
e le persone compagne di gioco. Quella che in ogni angolo c'è un'occasione.
Quella che accende i tramonti con luci al neon e fabbrica ogni notte un nuovo vetro multicolore per fare l'alba. Quella che trasforma la notte in un immensa licenziosa alcova di seta nera, culla d'ogni innocente perversità.

Perso tutto. Avevo perso tutto, senza sapere d'averlo stretto fra le dita.

Come potevo non odiarla?

E lei, che seppure giovane era pur sempre me stessa, per una sorta d'empatia capì ciò che stavo provando. Forse, per un'istante, i miei occhi d'oggi sono stati capaci d' essere sinceri un'ultima volta, dopo tanto che avevano imparato a nascondere tutto.
Non potevamo mentire l'un l'altra. Non era stato un incontro piacevole per nessuna della due: lei non si capacitava di ciò che sarebbe diventata, io invidiavo follemente quello che lei era e non aveva coscienza d'essere.

Così feci l'unica cosa sensata da farsi. Mi alzai e sorridendole le chiesi il coltello a serramanico che aveva in tasca. Non si stupì alla mia richiesta.

-”Te lo ricordi eh? Il vecchio coltello di papà.”

-”In realtà me lo ricordavo con colori molto più vivi. Ma pazienza, servirà comunque allo scopo.”
-”Cosa devi fare?”

Mentre le facevo un gesto che io e lei sapevamo significare “ora vedi” aprivo il coltello e lo portavo all'altezza della base del collo, lì dove iniziano le vertebre cervicali.

Sto dettando queste parole allo script generator. Mi resta ancora qualche minuto. Mi sono dimenticata di aggiungere alla descrizione del biomodem la più inquietante delle sue caratteristiche: ossia una piccola linguetta metallica, inserita sottopelle, che può essere raggiunta mediante una piccolissima incisione. Niente di doloroso. Una volta strappata la linguetta il biomodem si azzera e si spegne entro venti minuti. Con lo spegnimento, com'è logico, sopravviene la morte. Un piccolo cavillo assicurativo che il governo ha voluto avere sui fruitori di Overnet. In caso di pericolo, li si può riprogrammare o semplicemente uccidere se commettono certi crimini.

Il mio mondo d'oggi non era un bel mondo.
Non avevo neppure la certezza fosse del tutto reale.

Non ne valeva la pena, dopo quest'incontro. Non avevo niente per cui valesse la pena tornare. Non avevo niente da amare. Non sapevo né quando né come né se sarei riuscita a tornare alla vita reale, sapevo comunque che non l'avrei più sopportata.

Mi guardava incuriosita mentre praticavo l'incisione. Strappai la linguetta e gliela donai. Sopra c'erano la mia data di nascita, la data di consegna del biomodem (22 aprile 2031)
e il mio codice genetico.

Non poteva capire cosa significava per me (e per lei) quello che avevo appena fatto, né glielo volli spiegare. Mi congedai con poca grazia, ma con un senso di libertà nel petto.

Volevo dettare al programma questa cosa prima che i miei venti ultimi minuti di vita finissero. Non pensavo che venti minuti potessero durare tanto...
Non so chi la potrà leggere e l'eventuale sua utilità, ma va bene lo stesso... avrei voluto dipingerla, ma il paint generator non dà soddisfazione.
Bei tempi, quelli del pennello.

C'è qualcosa che mi si muove dentro, come un uccello maestoso in una gabbia troppo angusta: sfiora appena le pareti della mia anima, pigola piano, un po' impaurito.

Da quanto tempo non ricordavo una sensazione come questa...
....anni fa l'avrei chiamata nostalgia.


Che tristezza il mio cuore di carne.
 


 

martedì 15 febbraio 2011

Jan Svankmajer


Jan Svankmajer

Svankmajer è un regista ceco non molto conosciuto in Italia a causa di una cattiva distribuzione dei suoi lavori, praticamente irreperibili sui supporti ordinari. Ma siamo nell'era della tecnologia e del villaggio globale eccetera, sicchè il funzionale Eta Beta di Internet, YouTube, sfodera dal  gonnellino le sue meraviglie.
Spulcio su Wikipedia perchè non ho molte informazioni su questo curioso vecchierello, e come la stessa proclama è in effetti evidente come sia stato da pigmalione a registi ben più famosi di lui quali Terry Gilliam, Tim Burton, Michel Gondry. A mio avviso ritrovo elementia svankmajeriani anche nei primi cortometraggi sperimentali di Polanski giovane (vedi Lampa), o in alcuni aspetti di Peter Greenaway (in particolare nella sua nota passione per la catalogazione, i cui germi sono rintracciabili in corti di Svankmajer come Historia Naturae Suita o Et Cetera) e oserei a margine inserire nella lista anche Richard Linklater, ma solo quello dei film fatti col rotoscope (A scanner Darkly, Waking Life). La linea analogica sulla quale s'innesta Linklater non è tanto visiva in effetti, o formale, quanto filosofica: trattasi di meditazioni su pellicola di una pesante leggerezza o inafferrabile inconsistenza-insensatezza dell'esistere e delle sue leggi, a tratti spaesanti, sulle quali gioca molto spesso (ironicamente ma non solo) anche Svankmajer.
L'ospite del giorno (della sera, dato che sono le 21:21) svolse i suoi studi all' Accademia di Belle Arti di Praga (chè se era quella di Bologna erano altre paia di maniche), sezione di scenografia. I rimandi scenografici al teatro sono molto forti e presenti nelle sue opere, sia nel senso proprio che in senso di  teatrino, con burattini e marionette (a questo proposito, vi consiglio la visione di uno dei suoi migliori film -parere mio-, dove l'unico in carne e ossa è il protagonista, mentre il resto degli attori sono marionette di varie grandezze: il Faust del 1994).
Svankmajer ha prodotto negli anni solo qualche lungometraggio, sette per la precisione, ma una infinità di cortometraggi  riusciti ed estremamente caratteristici: egli lavora con una particolare tecnica di stop motion, manierista e utilizzata con molta sapienza, che lo rende subito riconoscibile. Altri tratti salienti sono l'utilizzo dei rumori (caricaturali?) e la scelta delle colonne sonore in larga parte del periodo barocco (Bach e colleghi), la cui scansione modulare ritmica e melodica ben s'adatta alla struttura visiva e compositiva derivata dalla tecnica della stop motion. Non sono mancate citazioni ed omaggi ad artisti come Leonardo, Arcimbolodo, e ad altre curiosità proprie della sua tradizione culturale (un documentario horror, per essere pignoli, The Ossuary del 1970, girato nel castello di Sedlec, affascinante architettura le cui decorazioni barocche sono ricavate da ossa umane).
Vogliamo parlare delle atmosfere? Leggendo la lista dei suoi corti, appaiono diverse pellicole prodotte sulla base di racconti di Edgar Allan Poe, di Horace Walpole, di Lewis Carroll.
Il risultato è che l'immaginario che si respira nel suo operato varia e viaggia tra il surreale e il paranoico, l'ironico e il perturbato, l'orrorifico (Sileni aka Lunacy è un suo lungometraggio dell'orrore abbastanza recente, del 2005, ispirato proprio da Poe e De Sade -al marchese aveva precedentemente fatto tributo con altri film, quali I Cospiratori del piacere-) e il poetico, la visione infantile che percepisce la minaccia dello sconosciuto, e quella del vecchio che rassegnato se ne arride. Molto spesso i contenuti dei corti hanno anche a che fare col tema della consunzione o dell'esaurimento del senso: esseri fitomorfi che appassiscono senz'acqua (Flora), coppie che dialogano sessualmente fino alla disgregazione (Dimensions of Dialogue: passionate discourse\ Dimensions of Dialogue: Exhaustive Discussion), altre coppie che parlano "fattualmente" fino ad arrivare all'estrema incomprensione (Dimensions of Dialogue, facutal conversation), oppure destinate ad un fugace consumo (per l'appunto) della loro storia perchè in breve destinate alla "morte" (Meat Love).
Altro tema principe è il cibo, che potrebbe parallelamente avere a che fare con quello del desiderio: il rapporto che Svankmajer suggerisce col cibo è infatti quello di una tentazione perversa, succulenta e visivamente attraente, biblica, seppure mostra non sempre velatamente la sua pericolosità attraverso colori o forme inusuali per un alimento sano o in buono stato di conservazione. Un desiderio malato, al quale difficilmente si resiste, un desiderio di nutrimento o semplice ingordigia che porta anche all'autocannibalismo (Food) come atto estremo della soddisfazione delle proprie pulsioni, o ancora una volta come consumazione del proprio bisogno.
Allo stesso modo tratta col desiderio sessuale o amoroso: alternando innocenze e ingenuità con perversioni e istinti malsani, pruriginosi, creando tensioni tra il desiderio ingigantito dalla sua non puntale soddisfazione e quello che una volta esaudito diventa noiosa abitudine, alla quale è però impossibile resistere, perchè diviene rituale.
Sono storie di energie creative e distruttive che si muovono su temi archetipici, su bisogni primari dell'uomo, e sulle suggestioni inconsce e incontenibili che possono provocare. Esse svelano immancabilmente le debolezze vuoi poetiche, vuoi miserabili, dell' uomo di fronte alla sua stessa natura, che gli rimane inafferrabile e imbrigliabile.


Posto solo alcune cose, chiaramente, per il resto c'è internet a vostra disposizione. Temo che forse qualcuno di questi video potreste non visualizzarlo perchè c'è quella fottuta censura di youtube di mezzo. Mi spiace molto.

Tma / svetlo / tma (Darkness/Light/Darkness), 1989






Dimensions of Dialogue: Exhaustive Discussion, 1982




Dimensions of Dialogue: Passionate Dialogue, 1982






Dimensions of Dialogue: Factual Conversation, 1982






The Pit, the Pendulum and the Hope, 1983





Historia Naturae, Suita, 1967





Food, 1992 (parte 1)





Food, 1992 (parte 2)



http://it.wikipedia.org/wiki/Jan_Svankmajer

(nel)L'occhio del ciclope

Sezione Video d' Arte e Miraggi.

Questo è un luogo dove mi riserverò di aggiornare informazioni sui multimedia caricati ogniqualvolta abbia nuove da condividere. Per facilitare lettura e visione dedicherò una breve monografia ad ogni regista, uno per etichetta, con  i suoi lavori.

Il tempo è poco e la molteplicità di quel che il singolo occhio ciclopico (telescopico) della cinepresa cattura è tanto. Perciò, di seguito i gentili ospiti.




lunedì 14 febbraio 2011

Maestro?

 Per la categoria, inserirò videoclip et similia di ciò che ritengo degni di nota per quel che riguarda i miei gusti, corredati di qualche pensiero. Sì, sono logorroica. E ho la diarrea emotiva. Per cui seguo l'onda della sciolta e mi faccio portare dove la pancia va.
Di seguito.

 
 

Oscillations, oscillations
Electronic evocations of sound's reality

Spinning, magnetic fluctuations, waves of wave configurations
That dance between the poles off sound and bind my world to soul.

I walk the streets of moment. Head down to the ground.
Cars are stars remotely far. My only world is sound.
Passersby are worlds that fly. Far from the dance of time.
Time whirls round from pole to pole and swirls within the sound's of

Oscillations, oscillations
Electronic evocations of sound's reality .

Il duo newyorkese lo conosco da poco, nonostante siano attivi da quel po' (precisamente dal 1967 al 1969, nonostante Coxe abbia provato a riproporsi nei tardi anni '90 ma con poco successo), e li conobbi per errore perchè stavo cercando dell'altro. Geniali nella costruzione del loro strumento, un dispositivo di controllo composto da nove oscillatori e ottantasei potenziometri (o knob di range per la modulazione che dir si voglia), suonabile con tutto il corpo: mani, piedi, gomiti, ginocchia. Vi ricorda per caso il Theremin? Beh sì, ma all'ennesima potenza, e con diverse qualità sonore non avvicinabili a quelle che il Theremin offre. Non per discredito, sia mai, ma qui è altro affare.
Geniali, ancora una volta, nel sincretismo musicale che hanno raggiunto: partendo dalla fusione e riproposizione di elementi del krautrock, della psichedelia, del pop britannico, sono arrivati già nel lontano 1968-69 a produrre brani precursori e illuminati che sanno di synth-pop, new wave, techno addirittura, o big beat. Modernariato elettronico insomma. 
Sentitevi Oscillations e ditemi se non vi ricorda, per dire, i primi album dei Chemical Brothers, come Exit Planet Dust, Dig your own hole, o B-sides degli stessi come Brothers Gonna Work it Out. O anche altra roba di Fatboy slim.
O anche alcuni esperimenti di Squarepusher con le sine, i ricampionamenti, le modulazioni e le interpolazioni varie, e non elenco canzoni che sarebbe troppo lungo nel caso specifico ma, teniamo presente, è tutta gente che l'ha fatto quasi vent'anni dopo.
Evviva i pionieri.

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Ammetto che Il Teatro Degli Orrori è la mia ossessione musicale del momento. Ammetto che i testi mi raccontano come non mai, ammetto che la voce di Capovilla mi sconvolge l'anima, e gli arrangiamenti di Favero e Mirai mi fanno impazzire.
Lezione di musica è solo una fra le tante per le quali ho pianto vedendoli in concerto, così come per Il turbamento della gelosia, La vita è breve, Majakowskij. Santo cielo, Majakowskij. All'amato me stesso, sì.
Folgoranti. Se potete fatevi questo viaggio fra i loro album, che ne vale la pena. Se non altro avrete conosciuto qualcosa di diverso.
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Lowride degli Autechre è da sempre una delle mie canzoni preferite. Che dico, canzoni? Ah, come mi colgo in fallo. Composizioni elettroniche. Sebbene l'album sia del 1993 (Incunabula, Warp Records), è tutt'ora non solo estremamente contemporaneo, ma direi ancora anticipatore di certe prossime tendenze. Curato in ogni dettaglio, rappresenta uno degli apici qualitativi che in assoluto la musica elettronica possa raggiungere. Bah, questo poi è quel che penso io, mica dovete essere d'accordo. Cristo ma vi rendete conto di quel che sto scrivendo? E' vergognoso. Pare che sia un critico della EMI o giù di lì.

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Perpiacere, la traduzione fa schifo. Ma la canzone, perdìo, come apre l'anima. Ho sempre amato Johnny Cash, vattelapesca del perchè. Perchè è onesto, sincero. Ascoltatevela che è meglio. Inutile parlarci sopra.
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Il Gulliver è LA canzone. Macroonde. Questo maledettissimo, incessante, incomprensibile, inafferabile, interminabile: espandersi. Non c'è freno e l'atmosfera la respiri, le senti intorno come vibrazioni sismiche, come se la qualità dell'aria si facesse di diversi strati di densità. Un viaggio, davvero, come quello di Swift -fottuto geniaccio- quando scrisse I viaggi di Gulliver. Diciamocelo, non è solo una questione di ego, è che prepararsi da sè gli ingredienti del proprio trip è tutta un'altra soddisfazione. Io le macroonde so cosa sono. Lo so eccome.
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Non rinuncio alla progressive. La città sottile rimane uno dei miei pezzi preferiti del Banco. Il perchè? Stolto crapulone e pigro, sentitela! E poi lo capisci, il perchè.
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Altro spirito, altro genere. Puff Dragon lo scopersi per caso, e fu amore al primo ascolto. Sebbene dello stesso album (Sazanami, 2005) sentii  in quella occasione solo il singolo Chinese Radio e subito mi piacque, prediligo  Marine Drive  giacchè dichiarazione fatta suono del bisogno di spazi aperti, lontani, profondi, atmosferici. Sì, è la track che preferisco.

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Francesi. A loro l'elettronica esce così, come fosse naturale. Initiate II non è solo un bell'esempio di elettronica melodica (più che sperimentale, come nel caso degli Autechre) ma anche una canzone d'amore con un bel testo, che parla principlamente di rispetto e di attenzione all'imparare e insegnare al proprio partner come si è, e quel che si desidera. Tenetelo a mente.